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La newsletter della Biblioteca Medica Virtuale Numero 137, maggio 2018
Oggi

imgLo spam accademico è un fenomeno in crescita, sostiene Paul Fox, editor di uno dei blog più seguiti del NEJM Journal Watch. Per chi ne fosse digiuno, si tratta di quelle e-mail provenienti da “riviste predatorie”, scritte con un tono scanzonato e un po’ imbarazzante (a volte involontariamente comico), che insieme a tanti elogi contengono invariabilmente un invito a presentare ricerche su qualche argomento scientifico. Le mail prendono di mira di solito chiunque possa vantare un'iscrizione scientifica o accademica. Il problema è che spesso non centrano il bersaglio perché il contenuto non collima con l’ambito di specializzazione del destinatario.
Ovviamente, proprio come accade per lo spam generalista, il reale motivo dell’invio delle mail è il profitto, che di solito deriva dai fee di pubblicazione (che saltano fuori soltanto dopo che il contributo è stato accettato) e dalla sponsorizzazione di conferenze fasulle.
In parte il successo dello spam accademico deriva dalla capacità di includere nel testo delle mail dei “marcatori di credibilità”, cioè elementi distintivi che normalmente si associano a mittenti affidabili. I titoli delle riviste, ad esempio, sono creati con cura per sembrare simili a quelli di pubblicazioni credibili e di fama consolidata, tipo Journal of AIDS and Clinical Research o Journal of Infectious Diseases and Diagnosis (vedi la Beall’s List).
Ma le riviste predatorie usano anche altri trucchi. Molte si danno un impact factor in autonomia e tra i nomi dell’editorial board fanno comparire personaggi di un certo rilievo, inseriti senza che i diretti interessati ne sappiano nulla. In effetti, alcuni membri potrebbero non esistere affatto…
C’è poi la millantata indicizzazione su PubMed. Gli articoli selezionati sono depositati su PubMed Central in base ad accordi di politica di open access con alcuni finanziatori, e in questo modo si amplifica notevolmente l’effetto rivista attendibile.
Dopo aver inviato il contributo, non c'è nessuna revisione, nessun evidente controllo di qualità e nessuna supervisione del comitato editoriale. Un articolo presentato al sedicente International Journal of Advanced Computer Technology consisteva soltanto di 7 parole… eppure è stato accettato. Un'ulteriore prova (di una peer review almeno superficiale, se non assente del tutto) è che alcuni contributi sono stati presentati e accettati per la pubblicazione entro 1-2 settimane – un lasso di tempo inverosimilmente breve per una rivista “vera”.
D’altra parte, il successo di queste operazioni truffaldine ha anche a che fare con l’organizzazione delle università. Le riviste predatorie lucrano sulla necessità accademica di pubblicare. Molti ricercatori, soprattutto quelli che vengono da atenei in cui il carico didattico è pesante e le risorse sono poche, si sono distinti nel disdicevole ambito delle frodi accademiche. E purtroppo, a volte, non è neppure questione di penuria di risorse…
Che fare allora? Paul Fox condivide l’eccellente consiglio di Michael Lauer del NIH: “In parole povere, pubblica dove citi. Se non hai familiarità con una certa rivista, allora prova a parlarne con il bibliotecario del tuo istituto”. Insomma, imparate a diffidare…

Letto per voi

Per ricordare, leggere o rileggere Philip Roth, gigante della narrativa americana ed eterno candidato al Nobel recentemente scomparso, andatevi a cercare Nemesi, romanzo breve del 2010. Cantor, un insegnante di educazione fisica, vive una drammatica epidemia di poliomielite nel New Jersey degli anni ‘40. Quando i suoi bambini cominciano a morire a uno a uno non bastano la forza né la compassione: la poliomielite nel 1944 ha ancora sei anni buoni prima che se ne trovi una cura. Il libro insolitamente diretto, quasi non-fiction, è l’occasione per immergersi in un periodo in cui la malattia, anche in occidente, era in grado di spazzare via una generazione, e per riflettere insieme a Roth sul grande tema dell’ingiustizia del destino. Un assaggio.

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