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La newsletter della Biblioteca Medica Virtuale Numero 141, ottobre 2018
Oggi

imgLe persone, ormai a un secolo dalla più terribile epidemia influenzale che la storia ricordi, continuano a sottovalutare i rischi della malattia. C’è poca consapevolezza, molti ignorano che l'influenza e le sue complicazioni hanno causato 80.000 morti negli Stati Uniti lo scorso inverno, soprattutto tra gli anziani e i malati.

In un articolo su Nature Heidi J. Larson, professoressa di antropologia alla London School of Hygiene & Tropical Medicine, ipotizza che il prossimo grande focolaio non sarà provocato dalla mancanza di tecnologie preventive, ma dal contagio emotivo (soprattutto sui social) che sta progressivamente erodendo la fiducia nei vaccini. La disinformazione e le informazioni manipolate dovrebbero essere considerate, secondo Larson, un attentato alla salute pubblica globale.

Larson dirige il Vaccine Confidence Project, che si occupa di rilevare le prime avvisaglie anti-vaccini, per affrontarle prima che diventino inarrestabili. Il team è internazionale, comprende esperti in antropologia, epidemiologia, statistica, scienze politiche, e monitora notizie, social media e atteggiamenti dei consumatori, per cui hanno anche sviluppato una specie di indice di fiducia, il Vaccine Confidence Index.

Il gruppo della Larson ha scoperto che è una buona idea classificare la disinformazione su più livelli. Tra le più dannose c'è la cattiva scienza: persone con credenziali mediche che alimentano paure esagerate o infondate (su tutti il caso del famigerato ex medico Andrew Wakefield che sosteneva un legame tra l'autismo e il vaccino contro il morbillo, la parotite e la rosolia, MMR). La seconda categoria più pericolosa è rappresentata da quelli che intravedono opportunità economiche nell’antivaccinismo, per esempio per la vendita di libri, servizi o altri prodotti. Seguono i politici che fanno del tema vaccini una leva con cui polarizzare la società. Infine i super-spreaders, che diffondono la disinformazione attraverso i social media a chi la pensa allo stesso modo (e le sospette reazioni avverse ai vaccini, tipicamente coincidenze, diventano reazioni confermate).
Nell’articolo si citano casi in cui gli stessi social media presi di mira hanno combattuto la disinformazione. In Danimarca circolavano, sui social media e in tv, testimonianze di ragazze con presunti danni da vaccinazione contro il papillomavirus umano (HPV).
I tassi nazionali di immunizzazione crollarono dal 90% a meno del 40%.
In risposta, i funzionari della sanità pubblica danese, evidenziando il rischio della malattia, diffusero storie di persone che avevano perso le mogli e le madri per il cancro del collo dell'utero, con una pagina Facebook per rispondere alle domande dei genitori… e i numeri dei vaccinati nel 2018 hanno ricominciato a salire.

La conclusione è che nessuna singola strategia funziona per tutti i tipi di disinformazione e l’errore più diffuso è promuovere campagne educative con messaggi basati soltanto su ciò che vogliono promuovere, senza affrontare le percezioni esistenti, senza confrontarsi con le ragioni dello scetticismo. Il dialogo conta. Le strategie devono includere l'ascolto e il coinvolgimento. Burioni è avvisato…

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